Il Lino

Il Lino

La Lavorazione del Lino

La lavorazione del lino era diffusa a Vallemaio. Nel mese di ottobre si procedeva alla semina, a fine maggio si tagliava e si faceva a mazzetti legati alla punta. Quindi si stendeva a terra per farlo essiccare. Dopo quindici giorni circa si batteva per farlo “spigolare” ovvero per far cadere i semi. Successivamente gli steli legati in fasci venivano portati presso un torrente di acqua corrente (in genere in località Calderai) e messi in ammollo – venivano immessi nell’acqua e coperti con pietra per ammorbidire la fibra e facilitarne il distacco nelle operazioni successive – Dopo otto giorni i fascetti venivano tolti dall’acqua e messi ad asciugare.

Finito tale procedimento venivano passati allo strumento detto “macenola” per separare la parte esterna e quella interna; si procedeva alla “cardatura”: la fibra lavata e asciugata si presenta ancora mista di scorie, con la cardatura venivano pulite le fibre e preparate per la filatura. Durante quest’ultimo processo la fibra viene trasformata in filato e ci si avvaleva della conocchia e del fuso che attorcigliava la “stoppa” formando le matasse. In genere le matasse venivano lavate con la cenere e quindi trasformate in gomitoli utilizzati poi per la tessitura con il telaio.

Alcune fasi del procedimento

La Rocca
Il Fuso
Agliuommero
Vinolo
Vinolo
Pianta di lino

Vogliamo riportare di seguito la descrizione dialettale fornitaci da una nonna di Vallemaio in vita che purtroppo da pochi anni ci ha lasciato:

<<Dinto glio meso d’ottobra se semmena lu lino. Pò alla fine de maggio se cava e se fa a matturiegli: s’attaccano alla ponta e venno a mazzucchiegli, pecchè ce sta la semente. Se spagne pe tterra. Pò, quanno è fatto na quindicina de iuorni, se piglia e se sbatte, pè lo fa spigolà; poi se fa a torse e le femmene se lo mettono ncapo e lo portano aglio fuosso degli Caudarari: pò qua, lo mettono dento l’acqua e ci mettono le prete ncoppa pe lo fa acchiappa’ sott’acqua. Ncapo de otto iuorni lo cacciano e lo spagnono a uso regne, all’erte e po lo passano alla ‘macenola’; mo s’é fatto stoppa e livoro ammescato. Pigliano n’attrezzo, na raspa, na tavolella co parecchi chiuovi ritti ‘nmiezo e lo cardano: la stoppa rimane e glio livoro glio tirano, la stoppa l’arravogliano.

Quanno pare a issi conocciano la rocca, l’attaccano co no spago e poi le femmene se la mettono a fianco e filano co glio fuso: tirano la stoppa l’abbagnano co glio salimo e se mettono glio fuso dinto le mani e glio fanno aggirà e la stoppa s’arravoglia facenne no filo fino fino e pò gli arravogliano aglio fuso. Glio fuso alla parte de sotte tè glio corticcio. Quanno è chino glio fuso ,pigliano gli annaspaturo e glio annaspa. Otto fuse le cacciano na matassa. Le matasse se passano alla colata co la cegnera. Ncapo de no iuorno, la femmena le va a lavà e le mette a sciugà. Sciugate le mette aglio vinolo e le trapana e ci fa gli agliuommeri. Pò chiama la ‘tessarella’ e ce fa tela, aiogne, le pezze e ce fa le ‘lenzola’>>.

Rocca
Macenola
Annaspaturo
Rotarieglio
Telaio

Tessuti in lino realizzati