Chiesa SS. Annunziata

Le origini della Chiesa SS. Annunziata risalgono al 1300, mentre l’edificio attuale, largo 9,55 m e lungo 11,95 m oltre il presbiterio di 4,10 m è del cinquecento inoltrato, come risulta dalla data 1553 apposta sul portale,

 ma il lavoro dovette prolungarsi, in quanto sulla parete di destra, presso l’arco dei presbiteri vi era la data, non più visibile, A.D. 1578, che può assumersi come termine del lavoro. Secondo un inventario del 1696 la Chiesa, negli intervalli delle lesenature a sostegno del tetto , aveva quattro altari: a sinistra quello di S. Maria della Conciliazione (Consolazione) detto pure di San Giuseppe, e quello di S. Carlo Borromeo, mentre a destra erano quelli di S. Nicola e dello Spirito Santo, che nel 1777 erano ridotti a tre, oltre all’altare maggiore.

La guerra ha portato un ulteriore semplificazione riducendo a uno gli altari , posto sotto al Trittico. L’altare dell’anteguerra non era quello originario ,consacrato nel 1582, ma risaliva al 1768, data questa del suo rifacimento , mentre adesso vi è un altare a mensa di tipo conciliare volto al popolo. La Chiesa è a navata unica coperta a tetto sorretto da travi di legno,

Sottotetto vecchio Annunziata
Tetto precedente
Tetto attuale Annunziata
Tetto attuale

salvo il presbiterio separato da un grande arco coperto a volta.

Sulla spalla destra dell’Arcone del presbiterio, su un marmo di 26 x 44 cm insiste una iscrizione. In essa si legge: 

OGNI ANNO
DIE XXVIII MENSIS MARTII
M.D. LXXXII IL R. VESCOVO DE
FONDO A COCESSO XXXX
GIORNI DE IN DVLGETIA ALA
VENERABILE ECCLESIA SACTA
MARIA ANVNZIATA DE CAST
ELLO VALLO FREDA

Arco a volta e Altare
Arco a volta e altare

Per quanto riguarda il campanile , che ebbe danni sensibili dalla guerra, reca le due campane registrate nell’inventario del 1696,della misura di due palmi per due (0,52 *0,52 m) con l’iscrizione: DE SANCTIS DI NAPOLI A.D. MDLXXII, quindi sono contemporanee al già ricordato rifacimento cinquecentesco della Chiesa.

Particolare Campanile
Campanile
Pavimento dell'altare in riggiole

D’intrinseco pregio e di particolare interesse è il pavimento maiolicato del presbiterio, ora scarsamente visibile dopo l’aggiunta del nuovo altare. Si tratta di mattonelle esagonali (14*22 cm) denominate “riggiole” che a parte l’iscrizione dedicatoria, recano motivi floreali, umani e faunistici non facili a reperirsi.

Questo tipo di manufatto divenuto tipico dell’artigianato artistico napoletano del settecento viene catalogato in riggiola “spetenata e resegata”, quella di sola argilla, ed “impetenata” quella che prevede decorazione.

L’insieme misura in fronte 5,35 m ed in profondità 4,35 m. In una recente trattazione su pavimenti e rivestimenti viene riconosciuto il pregio di questo lavoro riferendolo alla metà del cinquecento. In accordo con il rifacimento della Chiesa e quanto all’autore Mastro Nardo Rao, si nota che il suo nome deve essere associato all’unico finora conosciuto, Luca Iodice, quale continuatore della tradizione rinascimentale.

Le “riggiole” sono esagonette decorate su smalto bianco opaco con motivi ornamentali fitomorfi e zoomorfi, araldici e a figure umane, sono ormai attestate a Galluccio (Collegiata di S. Stefano) , a Vallemaio (Chiesa dell’Annunziata) a S. Andrea del Garigliano (Chiesa di San Benedetto) ad Ausonia (Santuario di Santa Maria del Piano) e in altre località dei dintorni: si tratta delle mattonelle smaltate prodotte a S. Andrea del Garigliano nei sec. XVI – XVIII.

Riggiole Annunziata
Foto pavimento

Importante per individuare il luogo di produzione delle riggiole è proprio l’area presbiterale in oggetto ove si conserva il maggior numero di esagonette, ed in cui alcune presentano una iscrizione con la citazione del Mastro Nardo Rao, dei ceramisti Vincenzo Arpino e Sebastiano De Vito, e del luogo di produzione, il Castello di S. Andrea.

Esaminando l’intera produzione di queste riggiole cinquecentesche è possibile evidenziarne le caratteristiche. Tutti gli impianti rintracciati sinora ed attribuiti alla bottega sono realizzati utilizzando mattonelle di forma esagonale allungata di 23,5 x 14,5 x 3 cm, caratterizzate da uno schema decorativo autonomo, ossia con decorazione del tutto indipendente e disposte allineate a nido d’ape. La decorazione può interessare tutto il campo, delimitato sul bordo da linee di contorno, ma spesso è disposta su tre fasce orizzontali, di cui la centrale è la più evidente, o in campiture particolari quali due pentagoni uguali o un quadrato centrale.

Vasto è il repertorio iconografico che appare inquadrabile nell’ambito della tradizione napoletana rinascimentale, pur se leggermente attardata, con alcune raffigurazioni certamente originali e realizzate con ottima tecnica pittorica. I motivi fitomorfi, soprattutto le foglie cosiddette “accartocciate”, ossia ripiegate su se stesse , con fiori o non, sono i più frequenti ed occupano l’intero campo da decorare o una fascia centrale che si accompagna ad un motivo periferico a spigato, assimilabile alla corona di alloro.

Le foglie accartocciate si rifanno alla tradizione dei pavimenti che a partire dalla metà del XV secolo, si diffusero in alcune aree dell’Italia Centrale e soprattutto a Napoli. I motivi zoomorfi sono presenti singoli o a coppia, occupando generalmente l’intera superficie dell’esagonetta.

Tipica è la lepre in corsa tra balzi erbosi, inseguita da un cane o da un uccello rapace. Molto ricorrenti anche gli uccelli acquatici, dipinti tra elementi di vegetazione. Frequenti inoltre sono gli uccelli affrontati e il gallo, associato a motivi araldici.

I motivi geometrici come la fune o treccia bianca su fondo blu, la treccia stilizzata a rombi ed il motivo a nastro, costituiscono reminescenze della tradizione medievale campana, e possono essere inseriti nella fascia centrale. A volte stelle ad otto punte o motivi a scacchiera fanno da campinatura ad un quadrato centrale.

Pannello firmato con data
Pannello a firma del maestro Matteo Pardi datato 1703

Accanto a tale pavimento maiolicato vi è un secondo pannello in opera sul gradino dell’altare firmato dal maestro Matteo Pardi nel 1703 dallo stato di conservazione discreto.

Il problema della conservazione di opere come questo pavimento è insito in relazione alla effettiva possibilità di continuare l’uso nella funzione cercando di superare l’eventuale conflitto tra valore d’uso e valore dell’antico.

Infatti la conservazione di un’opera come questa pone il problema, strettamente architettonico, di utilizzare la Chiesa in cui la pavimentazione è collocata lasciando leggere l’antico senza spostarlo o coprirlo, nascondendolo alla vista dei visitatori. Fra le soluzioni sinora attuatevi è la realizzazione di un percorso lievemente sopraelevato al pavimento, in modo da consentire la visione e volto a permettere il raggiungimento di tutti gli spazi nel quale svolgere le funzioni religiose e sociali.

Pavimento gradino altare
Pavimento posto sul gradino dell'Altare
Particolare pavimento
Particolare del pavimento

E’ discutibile e certamente da sottoporre ad una accurata revisione progettuale l’allestimento destinato a rappresentare una misura conservativa evitando il calpestio consistente in una pedana lignea sopraelevata che lascia in vista sotto vetro soltanto sei quadri dell’intero pavimento e che peraltro , non essendo apribile con facilità non risolve i problemi collegati alla manutenzione ordinaria e straordinaria del pregevole rivestimento.

Pavimento attuale
Pavimento oggi
Il Trittico

La tavola sopra il vecchio altare misura 2,80 m alla base e 1,95 m in altezza, a parte il rialzo della parte centrale dove è rappresentata l’Annunziata (1.08 * 2,17 m) mentre ai lati sono S. Benedetto a sinistra e S. Nicola a destra. In realtà nel quadro S. Benedetto è alla destra della Madonna che genuflessa riceve l’annunzio dell’ Angelo, mentre in alto è un tripudio di angioletti. Nei riquadri superiori erano i busti degli Apostoli Pietro e Paolo, divenuti ormai illeggibili.

Quanto all’autore si fa riferimento al pittore cinquecentista Cesare Calesio e Calense di Lecce nel Salento. Di quanto ci rimane di questo dipinto ormai la sola parte centrale costituisce uno dei lavori più significativi rimasti nella Diocesi dopo tante vicende e sventure.

Trittico originale
Il Trittico originale (Foto tratta da Enciclopedia "I paesi del Lazio")
Trittico attuale
Il Trittico oggi
Analisi di un degrado:

“Il dipinto è composto da una grande tavola centinata e da due ante laterali. La grande cona era originariamente completa di predella e cimasa , oggi dovute al rifacimento operato nel restauro del 1981 (perizia 48/1981 , restauratore Gianluigi Colalucci Funzionario storico dell’arte Roberto Cannatà). La tavola centrale raffigura l’Annunciazione inquadrata da due colonnine a motivi fogliacei stilizzati nel terzo inferiore e rudentale in alto, issate su piedritti e rivestite di foglia d’oro. La tavola a sinistra presenta i resti della figura di San Benedetto, quella di destra un santo vescovo, forse Bruno di Segni, sormontati rispettivamente dai busti di San Pietro e San Paolo.

Si ignora il contenuto iconografico destinato a predella e cimasa oggi foderate di tela neutra. Sulla tavola la pittura reca nella parte inferiore a destra della composizione centrale la seguente data:
A (D.M.) DLXIIII – Le lettere tra parentesi sono scomparse ma la loro presenza è postulata dallo spazio vuoto rimasto.

Il dipinto è collocabile nell’ambito della produzione manierista napoletana che, facendo capo a Teodoro d’Errico (Dick Hendricksz) trova validi esponenti, tra gli altri, in Francesco Curia e nel poco noto Cesare Martucci (Cesare Calesio), al quale si ascrive un affresco nella Chiesa di S. Angelo in Formis, presso Capua, firmato e datato a 1568 (pannello con le Sante Barbara, Lucia e Apollonia). Altre due tavole del Martucci, perdute durante l’ultima guerra, si trovavano nella collegiata di San Vittore del Lazio (Madonna del Rosario datata anch’essa 1574: frammentaria, restaurata nel 1980) e nella stessa località di Vallemaio, nella Chiesa del Rosario, oggi sconsacrata.

L’Annunciazione di Vallemaio è ispirata alle incisioni dei maestri nordici che circolavano negli ambienti controriformistici; il pittore predilige toni dorati e sottili cangiantismi che gli derivano dalla conoscenza dei prototipi del manierismo romano.

L’opera, gravemente danneggiata nel corso dei bombardamenti che hanno colpito il Comune durante il secondo conflitto bellico, è stata portata all’attenzione della critica da Corrado Maltese nel 1961 (Arte nel Frusinate dal secolo XII al XIX , Catalogo della mostra, Frosinone 1961, p.36),dopo aver ricevuto un primo restauro a cura di R. Ventura e R. Pistelli (1957-1960).

Alla “deliziosa Annunciazione di Vallemaio” accenna brevemente Italo Faldi nella recensione alla mostra (Bollettino d’arte n.46, 1961, p.356) “risultato fresco e felice di Cesare Martucci” è “uno dei ritrovamenti più brillanti della Mostra è una delle testimonianze più toccanti dell’opera pietosa e amorevole di soccorso prestata alle memorie artistiche locali dall’attività di restauro della Soprintendenza alle Gallerie del Lazio” – Nella scheda del su citato Catalogo , Maltese scrive “si è creduto di dover suggerire sommariamente le figure dei Santi denunciandone l’ipoteticità. Lo stesso si è fatto per l’incorniciatura monumentale”.

Il breve riferimento è di particolare interesse per le vicende conservative del dipinto, giacchè ancora oggi le Autorità Comunali interrogano la Soprintendenza sui risultati del restauro che ha privato il Trittico delle figure di San Pietro e San Paolo e in gran parte delle figure dei due vescovi, ridipinte (“suggerite”) e poi rimosse nel restauro del 1980 come testimoniano le foto dell’intervento, dopo un primo tentativo di suggerire le masse corporee dei personaggi con il metodo del rigatino. Il sopralluogo (finalizzato a valutare lo stato di conservazione dell’opera) ha consentito di verificare il depauperamento del dipinto, imputabile alle distruzioni belliche ed in seguito alle scelte operate in sede di restauro da Colalucci e Cannatà: scelte da ritenere non incongrue dal punto di vista della metodologia del restauro conservativo sebbene indubbiamente severe nei confronti della valenza figurativa di un manufatto non musealizzato ma destinato, oggi come in origine, a connotare lo spazio presbiterale dell’edificio di culto al di sopra dell’altare maggiore.

Lo stato di conservazione è attualmente compromesso da una diffusa infestazione di tarli che minacciano l’intera struttura lignea del trittico.”

Le presenti notizie sono state tratte da:
“Vallemaio i tempi odierni e lo stato attuale delle chiese” di Angelo Pantoni, bollettino diocesano Montecassino 1984.
Relazione del 23-05-2011 Funzionari Soprintendenza per i Beni Storico Artistici ed Etnoantropologici del Lazio – Dott.ssa Federica Di Napoli Rampolla / Dott.ssa Alessandra Acconci – fornita dal Comune di Vallemaio.

Pavimento in cotto Annunziata
Particolare pavimento in cotto