Chiesa di S. Tommaso (o del Castello)

La data, almeno quella ufficiale, dell’inventario della Matrice di S. Tommaso, è del 31 dicembre 1696 , si tratta di 36 fogli numerati.

La chiesa è detta essere posta nel luogo ove si dice il castello, ed era a tre navi, con tre archi sostenuti da pilastri di pietra, e misurava in lunghezza palmi 60, equivalenti a 14,85 m, in realtà 12,40 m, e col campanile posto in facciata, 15,60 m. La larghezza era di palmi 47 (12,40 m), mentre sul posto furono misurati 12,10 m; quindi lo spazio tra i muri maestri risulta quasi quadrato (12,10 X 12,40). L’altezza era di palmi 30 (7,90 m).

Porta principale S. Tommaso
Entrata principale della chiesa

Salvo la zona dei tre altari coperta con volte, il resto era a tetto visibile. Non è indicata l’epoca di fondazione, ma è da ricollegarsi con le origini del “castrum”, in seguito alla decisione dell’abate Richerio (1038-1055) di far abitare la popolazione sparsa nella campagna, presso e dentro le rocche circondate da mura. Non si sapeva, inoltre, se la chiesa era stata consacrata. Era curata e collegiata, e aveva avuto quattro canonici, non più esistenti all’epoca dell’inventario.

Gli altari erano sette; quello maggiore con ai lati, in testa alla navata, quelli di S. Sebastiano e S. Lorenzo. Sull’altare maggiore il SS.mo era custodito in un tabernacolo di legno. Campeggiava sul medesimo altare un’ancona con quattro colonne e relativa trabeazione, ov’era dipinta al centro l’immagine di S. Tommaso apostolo, che alla sua destra aveva quella di S. Benedetto, e alla sinistra quella di S. Pancrazio. Sopra a queste erano le immagini dei SS. Pietro e Paolo si suppone a mezzo busto, mentre sulla cimasa era rappresentata la Vergine Assunta con i dodici Apostoli e anche l’Annunziazione. Questa tavola, di fattura cinquecentesca perdutasi durante la guerra, deve distinguersi da quella tuttora esistente e della medesima mano, nella chiesa dell’Annunziata. L’altare non aveva dote per il mantenimento, ma vi erano i nove ducati annui del legato Pontarelli. Vi era l’obbligo per tale altare di una Messa la settimana in perpetuo. L’arciprete doveva celebrarvi tutte le domeniche e feste.

Dal lato di sinistra dell’altare maggiore vi era l’altare di S. Sebastiano. Anche qui si notava un’ancona con quattro colonne, avente al centro la statua lignea di S. Sebastiano, con dipinta a destra l’immagine di S. Rocco, altro patrono contro la peste. In alto a detta cona, anch’essa sparita, era rappresentata la Pietà. L’altare era mantenuto da un apposito Procuratore, scelto ogni anno dal Vic. Generale Cassinese, al quale doveva rendere conto annualmente. Vi si dicevano tante Messe quante ne permettevano i redditi per il mantenimento, e doveva contribuire alle spese per la vita abbaziale. La confraternita risultava estinta.

Esterno S. Tommaso arcata portale
Arcata interna della chiesa

Dal lato dell’epistola, a destra dell’altare maggiore, si trovava l’altare di S. Lorenzo, che aveva una nicchia con la statua del Santo, ed era sotto il patronato degli eredi di Stefano de Laurentiis, con l’obbligo di una Messa la settimana. Il prossimo altare di S. Francesco veniva mantenuto dal patrono Francesco de Magistris, con l’obbligo di tre Messe all’anno. Altro altare menzionato era quello del Crocifisso, con scultura lignea, sulla fondazione del quale non si avevano notizie; l’arciprete doveva mantenerlo.

Esistevano pure, appoggiati a pilastri, gli altari di S. Maria di Costantinopoli e di S. Domenico, quest’ultimo fondato da Lorenzo Cione, come risultava da un’iscrizione del 1611. Esisteva anche il fonte battesimale, che tuttavia non è descritto. Il campanile aveva tre campane; la principale in data 1608, la mediana del 1500, la minore del 1688. Per il mantenimento dell’edificio l’Università era tenuta ai pavimenti, muraglie, tetti e legname, come pure a rifare le campane quando occorreva. La cura del popolo spettava all’arciprete; a quel tempo, almeno per l’inventario, figurava il solo economo, il Rev. D’Onofrio di Angelo Santo, che era in carica dal 1683. Quanto al lato economico è notato che tra spese e tasse l’uscita era di 18 ducati e 4 carlini, mentre l’entrata, la cui voce più consistente era offerta dal grano (35 ducati) e dalle ghiande (11 ducati), ammontava a 53 ducati. Restava un utile di 35 ducati, a favore, si suppone dell’arciprete, a parte spese occasionali, cui doveva provvedere d’obbligo. Viene pure indicato che si era obbligati al vettovagliamento dell’abate quando veniva in visita, come pure per il seguito e relative vetture.

Fonte: Bollettino Diocesano nuova serie – anno XXXVIII N° 3/4 – 1983 – Angelo Pantoni

La chiesa di S. Tommaso non è stata più ricostruita, e si sono oramai perduti gli avanzi di antiche pitture, visibili nei primi anni del dopoguerra, sulla parete di destra, per le quali era stato sollecitato alle competenti autorità un distacco, che fu messo in programma ma purtroppo non realizzato.

Resti affresco S. Tommaso
Resti di un affresco originale

Rimane la porta principale che era inserita nel campanile posto in aggetto nella facciata, con stipiti a mensola e archivolto superiore, riferibile al sec. XV-XVI. Nel gradino di questa porta, si legge con difficoltà per il cattivo stato di conservazione dell’insieme:
NOS SIC CAELARI / DEVOTIO / DEI VITRDDDEI, con la E e la I inserite nell’ultima D. Possiamo leggere: NOS SIC CAELARI DEVOTIO QUI DEI VIRTUTEM REDDIDIT DEI. E’ una iscrizione lunga m. 2,35, inserita come si è detto nel gradino della porta d’ingresso con caratteri riecheggianti quelli romani, ma più stretti ed è in sostanza una dichiarazione d’umiltà da parte di chi fece eseguire questo portale, e che non volle essere nominato.

Gradino incisione 1
Gradino inciso
Gradino incisione 2
Parte seguente dell'incisione

Nel piccolo atrio d’ingresso, nel vano del campanile, una porta laterale minore reca la data: A. D. MDCCXXXIV.

Vista frontale del portale laterale

Su di un segmento esagonale del diametro di 86 cm, alto 16 cm, si legge: HAEC DE MAGISTRIS FECIT / CAESARE SAXA AD 1640. Il segmento in parola faceva parte di un qualche sostegno, forse un fonte battesimale. Questi pochi avanzi sono indizio di cure scaglionate nel tempo, a quello che per più secoli fu il centro principale di culto del luogo.

Angelo Pantoni
Fonte: Bollettino Diocesano nuova serie anno XXXIX – N° 2 – 1984

I Recenti lavori di riqualificazione hanno permesso di avere notizie più approfondite sulla storia della stessa e sulle trasformazioni avvenute nel corso del tempo.

La chiesa è stata realizzata nel 1060 in forma rettangolare a navata unica, il pavimento era costituito da lastre di pietra calcarea e le pareti erano affrescate. Tra il XVI XVII secolo l’Edificio fu ampliato con due navate laterali. L’ingresso viene dotato di un vano di accesso delimitato da muri e da una gradinata e viene realizzato un secondo portale di accesso. Le pareti vengono affrescate e il pavimento arricchito di mattonelle maiolicate a forma quadrata.

Nel 1734 l’edificio subisce una ulteriore trasformazione come si può ben rilevare dalla incisione riportata sull’ingresso della scala di accesso al campanile tutt’ora visibile. Anche la pavimentazione subisce ulteriori trasformazioni, vengono infatti collocate mattonelle quadrate dipinte e mattonelle in cotto.

Al di sotto delle pavimentazioni vi erano delle vere e proprie camere ipogee. Durante i lavori sono state rinvenute diverse sepolture e portati alla luce diversi reperti: resti di ossa umane, monete d’argento o bronzo, collane con grani in osso, fermagli, medaglie, bottoni, frammenti di ceramiche, frammenti di mattonelle e di intonaco dipinto, anellini, orecchini, mattonelle maiolicate.

Tutti questi elementi, a giudizio di questa associazione, dovrebbero trovare ingresso in un apposito museo da realizzare in loco a testimonianza della storia del paese. Così come auspicato dalle autorità intervenute che hanno seguito i lavori, sarebbe opportuno approfondire gli studi su tali importanti reperti per meglio conoscere il patrimonio culturale e antropologico di Vallefredda tra il Medioevo e l’età moderna.

Parete della chiesa al giorno d'oggi
Veduta esterno